I LUOGHI DELL'AUTORE
Londra
L'Inghilterra e Londra in particolare, hanno un posto di rilievo nel "viaggio" di vita di Tomasi. A Londra, Tomasi fu per la prima volta all'inizio degli anni '20; vi tornò più volte, soggiornandovi anche per lunghi periodi, ospite dello zio Giulio Tomasi della Torretta, ambasciatore d'Italia alla corte d'Inghilterra.
Ma non era certo solo la comoda, privilegiata e familiare ospitalità che la "città eretica" di Don Fabrizio poteva offrirgli ad attirarlo a Londra. In realtà il giovane Tomasi era già stato preso da quell'amore, quella ammirazione per la cultura e la civiltà inglesi che lo caratterizzeranno per tutta la vita e che sfoceranno nel 1954 nelle lezioni di letteratura inglese che l'autore impartirà a Francesco Orlando. C'era qualcosa in quella civiltà che lo affascinava profondamente. Lo spirito, il carattere degli inglesi così forte, determinato e pratico nel perseguimento di obiettivi concreti, eppur così naturalmente signorile con le sue mezzetinte, i suoi understatements, la sua ironia, le sue prassi eccentriche, la sua discrezione.
Tutto ciò gli appariva sideralmente distante dalla vanagloria e dal provincialismo italico, e addirittura opposto al carattere della cultura e della società siciliane così permeate a suo vedere da una fondamentale irrazionalità che riesce a coniugare un profondo sentimento di sfiducia nell'azione, espresso in pigrizia e fatalismo, con l'assurda pretesa di costituire "il sale della terra".
Forse per qualche tempo Tomasi vagheggiò la propria "redenzione". L'idea di trasferirsi in Inghilterra, di abbandonare "l'esistenza troppo curata, tra gli agi palermitani" per diventare un borghese che vive del proprio, anche umile, lavoro, dovette attraversare la sua mente. Ma forse era già troppo tardi per questo passo: "a vent'anni è già tardi, la crosta è già fatta" farà dire con una punta di rammarico a Don Fabrizio.
Ma Londra resta comunque la città in cui Tomasi cercò di cominciare una carriera professionale, come letterato s'intende. Lo zio gli aveva messo a disposizione una stanzetta dell'ambasciata con un tavolino e un divanetto, dotandolo anche di una macchina da scrivere, e verosimilmente dei servizi di una dattilografa, dal momento che Tomasi non sapeva usare la macchina da scrivere, né imparò mai ad usarla. E' in quella stanza che Tomasi passerà lunghe ore del suo soggiorno londinese leggendo e scrivendo i saggi, tra cui quello su Yeats, che poi pubblicherà nel 1926 sulla rivista genovese "Le opere e i giorni".
Per il resto le giornate di Tomasi trascorrevano tra mondanità e solitarie esplorazioni della città sulle tracce dei suoi autori più amati. Accompagnava spesso lo zio Pietro nelle cerimonie ufficiali, alle corse di Ascot e al S. James Park .
In S James street, negli incredibili bazar di articoli di lusso per uomini, scopre una vetrina che espone un solo libro The Compleat Angler di Izaak Walton, "il più inglese degli inglesi:l'inglese tipo".
Al Will's Coffee-House ritrova il tavolo dove, verso la metà del XVII secolo, John Dryden, con la sua inconfondibile impronta barocca, scriveva sublimi liriche amorose e stravaganti drammi tragicomici.
A South Kensington scopre il ritratto di Mary Fitton, la Dark Lady amata da Shakespeare e dal suo amico il conte di South Hampton. Ne resterà ammirato; così come sarà affascinato da un'altra figura femminile, Maude Gonne, ispiratrice dell'opera di Yeats. Molti anni dopo, di lei scriverà nei suoi appunti sulla letteratura inglese:"essa rimane nella mia memoria la più bella creatura che io abbia mai visto".
E ancora, ama perdersi nella foresta di edifici, nel dedalo intricato della città vecchia, nella Londra di Dickens, alla scoperta delle sue atmosfere così magiche e reali a un tempo, e dei suoi variopinti tipi umani, tragici fino alla comicità.
Ma già dal 1925, Tomasi non fu più solo a vivere le emozioni del suo personalissimo "viaggio sentimentale" nella capitale inglese. Proprio in quell'anno, infatti, aveva conosciuto Licy, che sette anni dopo diventerà sua moglie. L'intesa intellettuale fra i due giovani fu subito profonda, e tale si mantenne poi per tutta la vita pur nelle alterne vicende di un rapporto matrimoniale particolarmente complesso e difficile.
Riga
Con la sua indefinibile collocazione geopolitica e il suo antico retaggio culturale, la città di Riga svolge un ruolo importante nella biografia, soprattutto sentimentale, di Giuseppe Tomasi.
Si potrebbe anzi dire che l'esterofilia del principe di Lampedusa, invero più orientata verso occidente, trovi a Riga la sua alcova, forse non priva di risvolti che attengono alle profondità della psiche.
Infatti, è nella capitale lettone - fondata nel 1201 e a lungo contesa da Polonia, Svezia e Russia - che egli sposa Alessandra Wolf Stomersee (detta Licy) in una chiesa ortodossa, il 24 agosto del 1932.
I due si erano incontrati a Londra, presso l'ambasciata d'Italia, nel 1925, e due anni dopo, Giuseppe si era recato in visita al castello di Stomersee, in Lettonia.
Sebbene i coniugi stabiliscano come loro residenza il Palazzo Lampedusa a Palermo, Licy dal 1933 al 1939 si divide tra Stomersee e Riga, rimanendo a Palermo solo saltuariamente e per brevi lassi di tempo. Da parte sua il marito si trasferisce a Riga generalmente nel periodo estivo.
Nonostante la sua neutralità, la Lettonia viene annessa all'URSS il 4 agosto del 1940. Ma già Licy aveva lasciato la Lettonia l'anno precedente, in seguito al patto Ribbentrop-Molotov, e si era rifugiata a Roma.
Tuttavia, anche dopo l'occupazione tedesca del luglio 1941, Riga rimane meta stabile di Licy, la quale peraltro non rinuncia alle sue frequenti puntate a Stomersee. È solo nel dicembre del 1942 che Licy lascia definitivamente il Baltico che sta per essere riassorbito dall'avanzata dell'armata sovietica.
Roma
La geografia biografica di Giuseppe Tomasi passa ripetutamente e fatidicamente per Roma. È alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università romana che egli si iscrive il 26 aprile del 1915. Ed è qui che, dopo ben quattro anni, sostiene l'esame di Diritto costituzionale, l'unico della sua carriera, nel luglio del 1919. Lo incontriamo ancora a Roma nel 1930 insieme a Licy Wolff-Stomersee. E nel 1932, proprio a Roma - l'uno all'Hotel Quirinale, l'altra in via Brenta, presso lo zio Pietro, il marchese della Torretta - i fidanzati si scambiano lettere d'amore. Ma nel 1939 è la guerra a prevalere sui sentimenti, e Tomasi viene richiamato alle armi e convocato, il 14 dicembre, a Nettuno. L'appuntamento col destino è ancora abbastanza lontano. Bisogna aspettare il 1957 perché Tomasi si avveda di tracce di sangue nell'espettorato. Dopo una prima diagnosi di carcinoma polmonare del professor Turchetti di Palermo, Tomasi parte per Roma il 29 maggio insieme a Licy. Alla clinica Villa Angela subisce un trattamento di cobaltoterapia. Ma il 1 luglio si trasferisce nell'appartamento della cognata Olga Wolff Biancheri. Non gli resta ormai nemmeno un mese di vita. Il 23 luglio si spegne all'alba. Due giorni dopo si svolgono i funerali nella Basilica del Sacro Cuore di Gesù. Non gli è toccata nemmeno la consolazione di Don Fabrizio di tornare a casa, per morirvi, dopo un inutile consulto del professor Semmola a Napoli, auspicio che esprime con struggente rassegnazione nella sua ultima lettera datata Roma 12 luglio: "tutto quello che desidero - scrive a Gioacchino Lanza - è di poter tornare a casa per potervi vivere tranquillamente questi ultimi mesi o settimane che siano, vedendo ogni tanto i miei cari ragazzi se essi lo vorranno fare".
Ma chissà se anche a Don Giuseppe sia apparsa negli ultimi istanti di agonia una giovane signora velata, di maliziosa, ma al tempo stesso pudica, avvenenza, ossia quella morte sempre "bramata", sempre cercata, nel cui segno si apre il "Gattopardo": Nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
Torino
Torino è apparentemente una tappa secondaria dell'itinerario biografico lampedusiano. Gli episodi salienti riferibili al capoluogo piemontese sono infatti pochissimi: sappiamo che Tomasi il 5 maggio del 1917 è a Torino per frequentare il corso per allievi ufficiali, e che il 26 agosto viene nominato aspirante sottotenente di completamento. Torino appare dunque come uno dei posti più direttamente connessi alla carriera militare di Tomasi: un'esperienza notoriamente fondamentale nella vita dello scrittore palermitano, il quale fu anche attento studioso di strategia e in particolare del Von Clausewitz.
Tuttavia, Torino lascia anche un segno importate nelle opere letterarie del Tomasi. In particolare, tutta la prima parte del racconto "Lighea" ricostruisce con lieve tocco, quasi satirico, la vita di un giovane giornalista siciliano immigrato a Torino che si barcamena tra avventurette sentimentali di basso profilo e serate trascorse in uno spettrale caffè a leggere una pila di quotidiani tutti uguali (secondo le prescrizioni del Minculpop) reperiti in redazione.
In questo prologo troviamo più di un elemento autobiografico, ancorché celato dietro la cortina di un'ironia graffiante in cui una punta di misoginia (lo schizzo delle due "tote" antagoniste che si alleano contro l'amante traditore) prepara la denigrazione dell'inattendibilità dei meridionali.
Se l'antifascismo - tutto teorico - di Tomasi è appena accennato nella critica implicita alla disinformazione del regime, una certa greve aria provinciale di Torino viene fuori con più evidenza dal rapido schizzo dei frequentatori del tetro caffè, paragonato a un Ade, in cui passa i suoi giorni il vecchio grecista che in gioventù amò una Sirena. Ma è una critica tutto sommato bonaria in cui già s'indovina il rispetto, benché venato di scetticismo, per il candore del probo Chevalley del "Gattopardo".
Genova
Per qualche tempo Giuseppe Tomasi è rimasto uno scrittore e, per così dire, un personaggio insondabile e pressoché ignoto. Ad aprire uno spiraglio sulla vera identità di questo autore atipico e appartato era stato il suo allievo Francesco Orlando con il libretto "Ricordo di Lampedusa", apparso nel 1962. Tra le inesattezze che costellarono le prime biografie, sommarie e lacunose, di Tomasi, vi è la notizia, ovviamente infondata, di una sua laurea in Legge, che addirittura, secondo il Felini, era avvenuta con ottimi voti e "con una tesi che sembrò metà capolavoro di acume giuridico e per l'altra il frutto di un ingegno stravagante".
Certamente dotato di acume non meno che di stravaganza, il Tomasi, si iscrisse sì alla facoltà di Giurisprudenza di Roma nel 1915, ma sostenne un solo esame. Nel gennaio 1920 si trasferì all'Università di Genova, senza però dare mai alcun esame. Né migliori risultati ottenne in seguito all'università di Palermo. Tuttavia, la permanenza a Genova non fu infruttuosa per altri versi.
Tra il 1926 e il 1927 egli pubblicò infatti sulla rivista genovese "Le Opere e i Giorni" tre articoli (Paul Morand, W.B.Yeats e il risorgimento irlandese, Una storia della fama di Cesare) che costituiscono praticamente il suo apprendistato di saggista e critico.
San Pellegrino Terme
Nella prefazione del settembre 1958 al "Gattopardo", Giorgio Bassani narra il suo primo incontro con Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Era l'estate del 1954 e a San Pellegrino Terme Giuseppe Rovagnani aveva organizzato un convegno letterario in cui dieci grandi firme della letteratura italiana avrebbero presentato altrettanti esordienti. Eugenio Montale era il padrino del poeta Lucio Piccolo, barone ormai ultracinquantenne, ma destinato a risultare, a detta di Bassani, "la vera rivelazione del convegno".
Insieme a Piccolo si accompagnava un cugino più anziano, "un signore alto, corpulento, taciturno" che portava già sul viso, al tempo stesso pallido e "grigiastro", i segni di un'incipiente malattia. Quest'uomo dall'aria un po' marziale da "generale a riposo", appoggiato "pesantemente" al suo bastone come chi barcolli per un male estenuante, era ovviamente Giuseppe Tomasi, principe di Lampedusa. E ovviamente l'inaspettato successo del cugino aveva scatenato in lui un male sottilissimo e oscuro: il desiderio di scrivere. Tanto più che, in un certo senso, anche nell'approccio al Montale Tomasi aveva messo il suo zampino, giacché proprio sua (e Sciascia lo intuì subito) era la lettera d'accompagnamento del plico contenente il volumetto con le nove liriche stampate da Piccolo a Sant'Agata.
A San Pellegrino Terme, dunque, il Lampedusa sentì evidentemente nascere, o rinascere, in sé la vocazione letteraria, anche per emulare il successo del cugino. Ma gli anni che gli rimanevano erano ormai pochissimi, benché con furore egli li impiegò in una senile germinazione di scrittura.
Palermo
In Sicilia, i Tomasi giungono nel 1577 con Mario, capitano d'armi di Capua al seguito del Viceré Marcantonio Colonna. L'insediamento a Palermo della famiglia avviene un secolo dopo, allorché alla morte prematura di Ferdinando, avvenuta nel 1672, il figlio Giulio si trasferisce nel capoluogo.
Ma già col successore di quest'ultimo, Ferdinando II, il ruolo dei Tomasi a Palermo è di primissimo piano. Tre volte pretore della città, Ferdinando II dà fondo al bilancio comunale con spagnolesche spese per il festino di Santa Rosalia.
Ritroviamo un Giuseppe Tomasi e Colonna ancora pretore di Palermo, nonché gestore del teatro di Santa Lucia, ai primi dell'Ottocento. Suo figlio è proprio quel Giulio dedito agli studi astronomici che ispirerà in parte il personaggio di Don Fabrizio nel "Gattopardo".
Lo scrittore Giuseppe Tomasi nasce a Palermo il 23 dicembre del 1896. La sua venuta al mondo è subito funestata da un lutto atroce: due settimane dopo il concepimento, la sorellina Stefania, di appena due anni, muore di difterite.
Un destino di solitudine, che diventerà una vera e propria vocazione, attende quindi Giuseppe. È la casa avita, il palazzo di via Lampedusa, il suo rifugio. Non a caso, i suoi "Ricordi di infanzia" ruotano intorno alle due abitazioni più care allo scrittore, quella palermitana e la residenza estiva di Santa Margherita Belice, per le quali esprime un vero e proprio abbandono amoroso.
I "luoghi" dell'infanzia di Giuseppe sono dunque le case, e non le città. Gioacchino Lanza Tomasi annota nella sua "biografia per immagini" del padre adottivo che "Giuseppe, dopo il congedo militare, rimane per quanto gli è possibile fuori Palermo". Tuttavia, dopo gli attriti tra la moglie e la madre, non pensa di lasciare la città e scrive anzi a Licy, ripartita per il Baltico, pregandola di tornare a Palermo.
Giuseppe, infatti, dopo avere conseguito la maturità classica presso il liceo Garibaldi, viaggerà molto, ma non riuscirà mai a staccarsi completamente dalla duplice influenza di Palermo e della madre.
In città conduce una vita molto appartata e quasi oscura, pur frequentando alcuni circoli tra cui il Bellini, con l'annesso cineclub, che raccoglieva l'aristocrazia palermitana. La sua stessa casa di via Butera, acquistata nel 1947, dopo la distruzione del palazzo natio in seguito ai bombardamenti del 1943, è un centro di incontri, lezioni e dialoghi da cui s'irradierà significativa parte della vita culturale cittadina, grazie anche al contributo di una pioniera della psicanalisi qual era Licy (basti pensare a Francesco Corrao e allo stesso Francesco Orlando).
Il "Gattopardo" nasce proprio sui tavolini dei caffè Caflisch e Mazzara, che Giuseppe frequenta assiduamente. La sua vita è metodica e parsimoniosa. Quasi claustrale. Unico lusso i libri, che acquista da Flaccovio, il libraio editore che farà inutilmente da tramite nel primo tentativo di pubblicazione del "Gattopardo" presso Einaudi.
Come d'altronde la Sicilia tutta, anche Palermo è per Giuseppe Tomasi oggetto di un intenso amore e di un disprezzo non meno tenace. Ma in alcune pagine dei suoi "Ricordi d'infanzia" emerge la radiosità azzurrissima di una Palermo solare e quasi capace di sortilegi luminosi in stridente contrasto con la descrizione di una città "torva" che troviamo nel "Gattopardo".
Morto a Roma col desiderio inesaudito di rivedere la sua città natale, lo scrittore fu inumato a Palermo, nel cimitero dei Cappuccini, il 28 luglio del 1957, dove lo raggiunse la moglie il 22 giugno del 1982.
Santa Margherita Belice
I possedimenti di Santa Margherita sono legati al ramo materno della famiglia di Giuseppe Tomasi, ossia quei Mastrogiovanni Tasca che nella prima metà dell'Ottocento si erano imparentati con i Lanza di Trabia ottenendo, per esplicito patto dotale, il titolo di conti. In seguito, Lucio Mastrogiovanni Tasca, sposando una Filangeri di Cutò, aveva acquisito il feudo della baronia di Misilindino entro cui sorgeva Santa Margherita.
Questo luogo tanto amato da Giuseppe Tomasi, ma soprattutto dalla madre, era dunque il risultato di un'accorta politica matrimoniale che aveva consentito a una famiglia di imprenditori di accedere al mondo esclusivo, ma sempre bisognoso di nuovi capitali, dell'aristocrazia siciliana.
Tra le "dipendenze di campagna", quella di Santa Margherita era per Giuseppe Tomasi, fin dall'infanzia, la prediletta. La sua costruzione risaliva al 1680, ma nel 1810 il principe di Cutò l'aveva totalmente ristrutturata per ospitare più degnamente Ferdinando IV fuggito da Napoli durante il regno di Murat.
Una componente fondamentale dell'attrattiva esercitata sul piccolo Giuseppe da questa lontana residenza era dovuta al fascino avventuroso del viaggio, parte in treno e parte in carrozza, interminabile (oltre 12 ore) e forse perfino pericoloso, se tre carabinieri a cavallo, presso Partanna, si aggiungevano a scorta del convoglio.
La casa immensa - con le sue trecento stanze, i tre cortili, le foresterie, le scuderie, le rimesse, il grande giardino e l'orto - era poi "una specie di Vaticano" nella cui desolazione era possibile aggirarsi liberamente e sicuramente come in un "bosco incantato" privo di draghi, ma ricco di leggiadre meraviglie. La sua sterminata estensione, "piena di trabocchetti giocondi", era dunque "l'ideale" per un ragazzo che ricercava una solitudine fantasticante.
In questa magica residenza, paragonata a "una specie di Pompei del Settecento", il piccolo Giuseppe subisce il trauma indimenticabile dell'uccisione di due pettirossi nel corso di una lezione di tiro col fucile impartitagli da uno spietato campiere.
Ma, tra i luoghi dell'infanzia, Santa Margherita ha un'importanza centrale soprattutto perché è qui che Tomasi, all'età di otto anni, impara a leggere grazie alle spicce lezioni di Donna Carmela, un'umile ma efficacissima maestra contadina, mentre la madre gli insegna a scrivere il francese.
Scarsamente frequentato - anche a motivo dei cattivi rapporti familiari con le autorità, sindaco e parroco in testa - il paese, è oggetto di pochissimi e indiretti cenni da parte di Tomasi. Alcune pagine dei "Ricordi" sono invece dedicate, sebbene succintamente, ai luoghi limitrofi: le vigne, il paesaggio disteso come "una immane belva accovacciata", la passeggiata verso Montevago e quella verso Misilbesi, in un ambiente dal "piglio canagliesco", violento e assolato, la Venarìa, ove si trovava il casino di caccia, meta di gite escursionistiche e gastronomiche, per non dire pantagrueliche.
Palma di Montechiaro
La fondazione di Palma è come circonfusa da un alone mitico. Mario Tomasi, gentiluomo originario di Capua, primo della sua casata a insediarsi in Sicilia, sposò Francesca Caro nel 1583, e con questo matrimonio, che lo imparentava a una potente famiglia marinaresca catalana, acquisì la baronia di Montechiaro.
In questo territorio, nel 1637, i suoi nipoti Carlo e Giulio, che erano gemelli, vollero che sorgesse la città di Palma. A Carlo, in quanto partorito per secondo, Filippo IV conferì l'anno dopo il titolo di Duca di Palma. Carlo, tuttavia, prese i voti e lasciò quindi feudo e titolo al fratello. Noto come il "Duca santo", Giulio fece del suo palazzo un monastero delle Benedettine in cui si ritirarono, nel corso degli anni, quattro figlie, nonché la moglie Rosalia Traina grazie a una dispensa papale.
I maschi della famiglia non furono meno pii: il figlio primogenito Giuseppe si fece chierico teatino, si dedicò agli studi filologici, fu cardinale e infine beatificato da Pio VII e canonizzato da Giovanni Paolo II. Lo stesso "Duca santo", divenuto nel frattempo principe di Lampedusa, si ritirò in clausura.
Palma di Montechiaro nasce dunque sotto un segno sacrale e rimane a lungo profondamente legata all'agiografia dei santi Tomasi.
Centro primigenio della casata siciliana, Palma resta inspiegabilmente ignota a Giuseppe Tomasi per quasi tutta la sua vita. Lo scrittore vi si reca infatti per la prima volta soltanto nel 1955, appena due anni prima di morire, e annota telegraficamente nel suo diario alla data 4 settembre: "Tempo bello. Siculiana. Messa. Alle 15 si parte in macchina per Palma di Montechiaro con Agnello e Giò. Castello di Montechiaro immense fotografie. Poi duomo con visita all'Arciprete. Granite in sacrestia. Mia presentazione alle turbe. Dopo visita al delizioso convento delle Benedettine: accoglienze festose e cortesi. Dono a me della torta di compleanno della graziosa Abbadessa e offerta di gelsomini. Commosso".
Giuseppe Tomasi ritornerà a Palma il 10 ottobre dello stesso anno. È questo un momento particolarmente delicato della sua esistenza in cui si sovrappongono un sogno di paternità ed un altro relativo alla scrittura. La riscoperta delle proprie radici e della diversità della propria schiatta, così rigorosamente votata al rapporto privilegiato con Dio, svolgono di certo un ruolo dirompente nella coscienza dell'uomo e dell'intellettuale. "Palma - scrive Gioacchino Lanza Tomasi - , questa piccola Lhasa siciliana, colpì profondamente lo scrittore, suggerì le considerazioni finali delle pagine in cui il protagonista del Gattopardo si appresta a corteggiare la morte". Il romanzo, la cui stesura era stata momentaneamente sospesa per l'urgenza di trascrivere i ricordi autobiografici, viene ripreso alacremente proprio dopo le visite Palma, come se il ritorno alle origini avesse scatenato, insieme a un desiderio, a suo modo religioso, di morte, anche una ferma volontà di sopravvivenza letteraria.
Augusta
E' l'autunno del 1916: il giovane Tomasi, caporale d'artiglieria, viene trasferito ad Augusta.
Sarà un soggiorno di soli tre mesi; ben presto infatti partirà per il fronte e conoscerà la crudezza della guerra e le sofferenze della prigionia. Ma ad Augusta c'è ancora tempo per le cose belle della vita: gli amici, le conversazioni letterarie, la contemplazione della natura. Fa amicizia con il suo comandante, il tenente Enrico Cardile, con cui condivide gli stessi interessi per la letteratura e una comune sensibilità.
Con l'amico trascorre le ore di libera uscita in amene passeggiate e gite in barca nelle acque trasparenti dei golfi. Un luogo in particolare colpisce la sua fantasia:"… un golfetto interno più su di punta Izzo, dietro la collina che sovrasta le saline. ... è il più bel posto della Sicilia, …. La costa è selvaggia, … completamente deserta, non si vede neppure una casa; il mare è del colore dei pavoni: e proprio di fronte, al di là di queste onde cangianti, sale l'Etna; da nessun altro posto è bello come da lì, calmo, possente, davvero divino. E' uno di quei luoghi nei quali si vede un aspetto eterno di quell'isola che tanto scioccamente ha volto le spalle alla sua vocazione che era quella di servir da pascolo per gli armenti del sole."
Non sappiamo se già allora, in una di quella passeggiate, Tomasi, fresco di studi classici, abbia immaginato la storia della sirena, ma quarant'anni dopo, sull'estrema soglia della sua vita, i ricordi di quei giorni e dell'incanto di quei luoghi riaffiorarono alla sua mente ricomponendosi nel magico scenario in cui ambienterà il suo ultimo racconto: Lighea.
Capo d'Orlando
Nel corso della sua vita, Giuseppe fù frequentemente a Capo d'Orlando ospite dei suoi amati cugini Piccolo. Già a partire dagli anni trenta, i Piccolo, in seguito ad una crisi economica, si erano ritirati a Capo d'Orlando nella villa di famiglia. La villa aveva un'incantevole posizione sul mare delle Eolie proprio di fronte all'isola di Salina, che nella trasposizione letteraria del Gattopardo prenderà il posto di Lampedusa, l'isola legata al nome di Tomasi dalla storia della sua famiglia. Per lo scrittore Villa Piccolo, con la sua particolare atmosfera, fù sempre un luogo in cui rifuggiarsi per sottrarsi ai problemi di Palermo e ritrovare le memorie di un'infanzia felice in compagnia dei suoi parenti più cari ed in particolare del cugino Lucio con cui amava gareggiare in citazioni e discussioni letterarie.